“Ma perché andare lì su quando muoiono dalla voglia di venire qui giù!” Così dice il Saggio Goodmeck del regno dei morti al povero Victor che in ogni modo cerca di tornare nel suo mondo. E così dicono tutti i fan di Tim Burton ogni volta che esplorano una parte del visionario mondo del regista che, con “La Sposa Cadavere”, evidenzia molto bene qual è il suo mondo e di cosa parla: il mondo dei vivi è lo specchio della realtà in cui tutto è grigio, triste e monotono, quello dei morti è un mondo ribaltato, felice, colorato e giocoso così come la mente e la personalità spontanee coltivate in solitudine dal regista durante l’infanzia. Da questo nasce il suo grande successo e la sua poetica personale mostrata in ogni lavoro, in continua evoluzione ma sempre coerente, basata sulla diversità, sulla solitudine, sulla bizzarria e sull’esclusione. I suoi personaggi, esclusi per l’aspetto, la mostruosità, le stranezze e costretti all’isolamento, permettono la creazione di favolosi mondi in cui vivere. Se i primi personaggi del suo cinema erano esclusi che tentavano di inserirsi nella massa uniforme ma erano condannati a restare nella propria malinconia e a rinchiudersi nel proprio mondo (Jack Skellington, Edward, Pinguino…), oggi sono fieri di essere diversi e si autoemarginano per affermare la propria lontananza dalla normalità. Questa frattura nel cinema di Burton si intravede con “Ed Wood” ma avviene con “Big Fish” e si concretizza in particolare proprio ne “La Sposa Cadavere”. Il mondo dell’aldilà, dove si ritrova il protagonista, Victor, per uno scambio di sposa (dalla promessa Victoria a una sposa defunta incontrata accidentalmente), è un mondo in cui tutti possono trovare la propria dimensione. Tim Burton riprende una leggenda ottocentesca di tradizione ebraico-russa per parlare delle sue tematiche e dell’amore spontaneo, molla e sogno di una vita impossibile, percorso privilegiato per la fuga dall’isolamento che sembra però non essere mai raggiunto veramente e pervade l’esistenza di malinconia. Il film, uscito dopo quasi dieci anni di progettazione e lavoro, segna il ritorno della tecnica della stop-motion con modellini tridimensionali mossi e fotografati in ogni loro minimo movimento, già utilizzata da Burton nel suo primo cortometraggio, “Vincent”, e nel celebrato “Nightmare before Christmas”, che hanno segnato la riesumazione della tecnica dall’oblio dettato dalla grafica computerizzata. I protagonisti hanno voci e sembianze degli ormai onnipresenti Johnny Deep (Victor) ed Helena Bonam Carter (sposa cadavere), le musiche, sempre del fido collaboratore Danny Elfman, sono fondamentali, coinvolgenti ed espressive, il ritmo e la narrazione segnano un punto di precisione forse mai trovato prima, ne dopo, nel cinema di Tim Burton. “È bello da mozzare il fiato... Se solo lo avessi!” direbbe la Sposa Cadavere…Non resta che mettersi davanti ad un televisore ed entrare nel mondo giocoso e malinconico, poetico e visionario, grottesco e umoristico del geniale Tim Burton!giovedì 18 marzo 2010
LA SPOSA CADAVERE (animazione)
“Ma perché andare lì su quando muoiono dalla voglia di venire qui giù!” Così dice il Saggio Goodmeck del regno dei morti al povero Victor che in ogni modo cerca di tornare nel suo mondo. E così dicono tutti i fan di Tim Burton ogni volta che esplorano una parte del visionario mondo del regista che, con “La Sposa Cadavere”, evidenzia molto bene qual è il suo mondo e di cosa parla: il mondo dei vivi è lo specchio della realtà in cui tutto è grigio, triste e monotono, quello dei morti è un mondo ribaltato, felice, colorato e giocoso così come la mente e la personalità spontanee coltivate in solitudine dal regista durante l’infanzia. Da questo nasce il suo grande successo e la sua poetica personale mostrata in ogni lavoro, in continua evoluzione ma sempre coerente, basata sulla diversità, sulla solitudine, sulla bizzarria e sull’esclusione. I suoi personaggi, esclusi per l’aspetto, la mostruosità, le stranezze e costretti all’isolamento, permettono la creazione di favolosi mondi in cui vivere. Se i primi personaggi del suo cinema erano esclusi che tentavano di inserirsi nella massa uniforme ma erano condannati a restare nella propria malinconia e a rinchiudersi nel proprio mondo (Jack Skellington, Edward, Pinguino…), oggi sono fieri di essere diversi e si autoemarginano per affermare la propria lontananza dalla normalità. Questa frattura nel cinema di Burton si intravede con “Ed Wood” ma avviene con “Big Fish” e si concretizza in particolare proprio ne “La Sposa Cadavere”. Il mondo dell’aldilà, dove si ritrova il protagonista, Victor, per uno scambio di sposa (dalla promessa Victoria a una sposa defunta incontrata accidentalmente), è un mondo in cui tutti possono trovare la propria dimensione. Tim Burton riprende una leggenda ottocentesca di tradizione ebraico-russa per parlare delle sue tematiche e dell’amore spontaneo, molla e sogno di una vita impossibile, percorso privilegiato per la fuga dall’isolamento che sembra però non essere mai raggiunto veramente e pervade l’esistenza di malinconia. Il film, uscito dopo quasi dieci anni di progettazione e lavoro, segna il ritorno della tecnica della stop-motion con modellini tridimensionali mossi e fotografati in ogni loro minimo movimento, già utilizzata da Burton nel suo primo cortometraggio, “Vincent”, e nel celebrato “Nightmare before Christmas”, che hanno segnato la riesumazione della tecnica dall’oblio dettato dalla grafica computerizzata. I protagonisti hanno voci e sembianze degli ormai onnipresenti Johnny Deep (Victor) ed Helena Bonam Carter (sposa cadavere), le musiche, sempre del fido collaboratore Danny Elfman, sono fondamentali, coinvolgenti ed espressive, il ritmo e la narrazione segnano un punto di precisione forse mai trovato prima, ne dopo, nel cinema di Tim Burton. “È bello da mozzare il fiato... Se solo lo avessi!” direbbe la Sposa Cadavere…Non resta che mettersi davanti ad un televisore ed entrare nel mondo giocoso e malinconico, poetico e visionario, grottesco e umoristico del geniale Tim Burton!
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1 commenti:
Splendido Tim Burton!!!
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